Direttore e Curatore
VINCENZO CAPORALETTI

Progetto Grafico & Impaginazione
Gabriele H. Marcelli

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Sommario
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Giorgio Lombardi
LE ULTIME COMPOSIZIONI INEDITE PER BIG BAND
DI JELLY ROLL MORTON.
IL CONTESTO STORICO-BIOGRAFICO

Leo Izzo
GANJĀM E OH, BABY:
LA SVOLTA INAUDITA DELL’ULTIMO MORTON

Francesco Chiari
CULTURA JAZZ E POP: PROSPETTIVE DIFFERENTI.
UNA LETTURA DI SHAKE, RATTLE AND ROLL

Vincenzo Caporaletti
UNA BIBLIOGRAFIA SULL’IMPROVVISAZIONE MUSICALE
 

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Copyright © 2003 Societa' Italiana di Musicologia Afroamericana - SIdMA A.P.S.
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Prefazione del curatore

     C’è un persistente luogo comune che vorrebbe la musicologia in un astratto empireo di beata lontananza dalla realtà, compiaciuta della sua fortunata intangibilità rispetto agli eventi delle umane cose. Chi ci crede, probabilmente, rimarrebbe un po’ interdetto nell’apprendere che il consistente ritardo accumulato nella pubblicazione di questo numero di «Ring Shout» è uno degli effetti collaterali di un uragano tropicale.
Tutto nasce dal fatto che questa issue è stata quasi interamente dedicata al ritrovamento dei manoscritti delle ultime composizioni per big band di Jelly Roll Morton. Ora, non è cosa di tutti i giorni, specie per la musica di matrice africana-americana, riuscire ad acquisire per la prima volta materiale così importante e poter intervenire analiticamente su dei tesori per tanto tempo nascosti. Per farla breve, ciò ha comportato tutta una serie di trattative, per tramite dell’Italian Jazz Institute di Genova e Bruce Raeburn, con i responsabili dell’archivio di William Russell a New Orleans, nell’Historic New Orleans Collection, ed in particolare con Alfred Lemmon, che ringrazio per la disponibilità.
Nel bel mezzo di tutto ciò è intervenuta la calamità che ha purtroppo sconvolto New Orleans, ripiombandoci di colpo in una situazione di totale black out informativo con l’oltreoceano, un po’ straniante per noi ormai abituati a considerare i sistemi di comunicazione mondiali come una seconda natura, istantaneamente e costantemente a disposizione, come la lampadina da accendere in poltrona col telecomando. Comunque, sia come sia, le benedette liberatorie per i diritti d’autore sono arrivate, e questo numero è finalmente uscito. Ma valeva la pena aspettare.

     Con lo studio analitico di Leo Izzo ci troviamo di fronte a due composizioni per orchestra di Morton, Ganjām e Oh, Baby, di cui non si sapeva nulla fino al ritrovamento avvenuto nel fondo William Russell, a New Orleans, nel 1996. Morton è scomparso (nel 1941) proprio mentre le stava provando con la sua ultima big band, formata perseguendo con sovreccitata convinzione l’illusione del “grande ritorno” sulla scena: un passaggio ben risaputo, un tópos melanconicamente condiviso con tanti altri grandi mattatori dello show business, quando il tempo, il mercato e la cattiva sorte li hanno ormai messi alle corde. Ebbi la fortuna di ascoltare nel 1998 la versione di Ganjām eseguita dall’orchestra di Don Vappie, e rimasi sconcertato per la sorpresa di una musica che si stentava a ricondurre, a tutta prima, al Morton più conosciuto. L’analisi puntuale di Leo Izzo, condotta con grande perizia tecnica e fine intuito, ce ne mostra i reconditi recessi e i collegamenti intertestuali, oltre alle ascendenze stilistiche. Come corollario storico-biografico di questo studio, Giorgio Lombardi ci descrive nel dettaglio le vicende dell’ultimo Morton, con notevole messe di dati e lucida ricostruzione di tutto un milieu socioculturale.

     L’esame dei manoscritti mortoniani offre il destro per alcune considerazioni di estetica musicale. Nel caso di Ganjām (qui vi è nel titolo un divertente calembour, col cortocircuito tra la regione indiana produttrice per antonomasia della cannabis, da cui il termine ganja, e il riferimento jazzistico di “jam” session) e di Oh, Baby (un memorabile tema, prettamente di scuola swing con soluzioni avanzatissime, pur mantenendo un flavour “mortoniano” che avrebbe mandato in visibilio il compianto Livio Cerri) ci troviamo di fronte ad una serie di spartiti, di parti staccate, destinati all’uso pratico dei musicisti, per le prove orchestrali. (Vi è allegata anche una partitura-guida condensata, articolata su tre righi). La predisposizione della partitura vera e propria, su cui è basata l’analisi, è stato un onere dell’analista, un lavoro che ho seguito con vivo interesse in prima persona discutendo con l’autore vari aspetti.

     Il problema teoretico che si evidenzia dalla prospettiva delle musiche audiotattili, condivisa da Morton, è che qui abbiamo un messaggio visivo notazionale che non dispone, però, di un referente sonoro “autorizzato”, per così dire, dall’autore. È una condizione non molto comune per la musica audiotattile, che vive dell’enérgeia fonica codificata neoauraticamente dai sistemi di registrazione e riproduzione musicale. Sappiamo che è proprio da questo impatto formativo sonoro che lo specifico audiotattile trae le proprie determinazioni estetiche: lo swing, il sound, il groove, il drive, ecc. ecc. Ora, tutte queste componenti sono assenti in questi simulacri notazionali delle creazioni di Morton: non vi sono incriptate. Ci resta quasi un referto autoptico della germinale idea compositiva, più lontana dall’immaginato referente sonoro di qualsiasi partitura della tradizione eurocolta. Quest’ultima, infatti, presuppone tale distanza, evitando accuratamente di basare i propri valori fondanti su quelli coinvolti nella contestualità evenemenziale audiotattile.

     Questo è un problema per opere audiotattili tramandate unicamente in notazione, senza un control object sonoro e non riconducibili a convenzioni esecutive consolidate, in quanto la processualità dell’idea fonica di un ostinato si perde, ad esempio, nella pedante ripetizione scritturale degli stessi segni notali iterati per tutto il pezzo (o in gran parte di esso). Cosa ne avrebbe fatto Morton, del vamp di Ganjām dal punto di vista fonico/timbrico inflessivo e dell’attitudine propulsiva/depulsiva microtemporale? Non lo sapremo mai, ma è bene tenere a mente queste problematiche nell’accostarci alla lettura di questi capolavori.
Tanto per far cenno ad una delle possibili implicazioni di questo discorso – ma mi fermo qui –, è patente che il crisma dell’autorialità mortoniana iuxta propria principia (intendendo, di tipo audiotattile) sia presente in maniera molto relativa in queste tracce notazionali, che dovrebbero essere trattare in sede esecutiva con il più accurato e consapevole atteggiamento performativo filologico (proprio nel periodo di gestazione di questa rivista è stata pubblicata una prima incisione discografica di Ganjām, da parte di Randy Sandke [«Outside In», Evening Star Records, 2005]).

     Ma questo numero di «Ring Shout» non è incentrato solo su Jelly Roll Morton. Francesco Chiari ci offre un esempio di cultural study, applicato ad un grande standard del rock & roll, Shake Rattle and Roll, mostrandone lo svilimento da parte delle versioni dei musicisti bianchi. Anche se a qualcuno spiacerà la persistenza del paradigma forse un po’ manicheo dello sfruttamento esteticamente sconsiderato, da parte dei musicisti bianchi (e dell’industria discografica), dell’autenticità sorgiva degli apporti africano-americani, da parte mia, invece, ho apprezzato lo sforzo dell’autore di trovare nuovi stimoli ed idee in un modello interpretativo posto, oggi, molto in discussione.

     Infine, la bibliografia sull’improvvisazione musicale che conclude la rivista è una parte – la più strettamente musicologica – di quella inclusa nel mio recente volume I processi improvvisativi nella musica. Un approccio globale, Lucca, LIM, 2005. Mi sono determinato a pubblicarla a sé stante consapevole dell’autonoma valenza di uno strumento bibliografico che si pone, per quanto concerne la prospettiva propriamente speculativa sul tema dell’improvvisazione nelle varie culture, in un’ottica di esaustività, almeno stando allo stato delle conoscenze.

Vincenzo Caporaletti