C’è un persistente
luogo comune che vorrebbe la musicologia in un astratto
empireo di beata lontananza dalla realtà, compiaciuta della
sua fortunata intangibilità rispetto agli eventi delle umane
cose. Chi ci crede, probabilmente, rimarrebbe un po’
interdetto nell’apprendere che il consistente ritardo
accumulato nella pubblicazione di questo numero di «Ring
Shout» è uno degli effetti collaterali di un uragano
tropicale.
Tutto nasce dal fatto che questa issue è stata quasi
interamente dedicata al ritrovamento dei manoscritti delle
ultime composizioni per big band di Jelly Roll Morton. Ora,
non è cosa di tutti i giorni, specie per la musica di
matrice africana-americana, riuscire ad acquisire per la
prima volta materiale così importante e poter intervenire
analiticamente su dei tesori per tanto tempo nascosti. Per
farla breve, ciò ha comportato tutta una serie di
trattative, per tramite dell’Italian Jazz Institute di
Genova e Bruce Raeburn, con i responsabili dell’archivio di
William Russell a New Orleans, nell’Historic New Orleans
Collection, ed in particolare con Alfred Lemmon, che
ringrazio per la disponibilità.
Nel bel mezzo di tutto ciò è intervenuta la calamità che ha
purtroppo sconvolto New Orleans, ripiombandoci di colpo in
una situazione di totale black out informativo con
l’oltreoceano, un po’ straniante per noi ormai abituati a
considerare i sistemi di comunicazione mondiali come una
seconda natura, istantaneamente e costantemente a
disposizione, come la lampadina da accendere in poltrona col
telecomando. Comunque, sia come sia, le benedette
liberatorie per i diritti d’autore sono arrivate, e questo
numero è finalmente uscito. Ma valeva la pena aspettare.
Con lo studio analitico di Leo Izzo ci troviamo di
fronte a due composizioni per orchestra di Morton, Ganjām e
Oh, Baby, di cui non si sapeva nulla fino al ritrovamento
avvenuto nel fondo William Russell, a New Orleans, nel 1996.
Morton è scomparso (nel 1941) proprio mentre le stava
provando con la sua ultima big band, formata perseguendo con
sovreccitata convinzione l’illusione del “grande ritorno”
sulla scena: un passaggio ben risaputo, un tópos
melanconicamente condiviso con tanti altri grandi mattatori
dello show business, quando il tempo, il mercato e la
cattiva sorte li hanno ormai messi alle corde. Ebbi la
fortuna di ascoltare nel 1998 la versione di Ganjām eseguita
dall’orchestra di Don Vappie, e rimasi sconcertato per la
sorpresa di una musica che si stentava a ricondurre, a tutta
prima, al Morton più conosciuto. L’analisi puntuale di Leo
Izzo, condotta con grande perizia tecnica e fine intuito, ce
ne mostra i reconditi recessi e i collegamenti
intertestuali, oltre alle ascendenze stilistiche. Come
corollario storico-biografico di questo studio, Giorgio
Lombardi ci descrive nel dettaglio le vicende dell’ultimo
Morton, con notevole messe di dati e lucida ricostruzione di
tutto un milieu socioculturale.
L’esame dei manoscritti mortoniani offre il destro per
alcune considerazioni di estetica musicale. Nel caso di
Ganjām (qui vi è nel titolo un divertente calembour, col
cortocircuito tra la regione indiana produttrice per
antonomasia della cannabis, da cui il termine ganja, e il
riferimento jazzistico di “jam” session) e di Oh, Baby (un
memorabile tema, prettamente di scuola swing con soluzioni
avanzatissime, pur mantenendo un flavour “mortoniano” che
avrebbe mandato in visibilio il compianto Livio Cerri) ci
troviamo di fronte ad una serie di spartiti, di parti
staccate, destinati all’uso pratico dei musicisti, per le
prove orchestrali. (Vi è allegata anche una partitura-guida
condensata, articolata su tre righi). La predisposizione
della partitura vera e propria, su cui è basata l’analisi, è
stato un onere dell’analista, un lavoro che ho seguito con
vivo interesse in prima persona discutendo con l’autore vari
aspetti.
Il problema teoretico
che si evidenzia dalla prospettiva delle musiche audiotattili,
condivisa da Morton, è che qui abbiamo un messaggio visivo
notazionale che non dispone, però, di un referente sonoro
“autorizzato”, per così dire, dall’autore. È una condizione non
molto comune per la musica audiotattile, che vive dell’enérgeia
fonica codificata neoauraticamente dai sistemi di registrazione
e riproduzione musicale. Sappiamo che è proprio da questo
impatto formativo sonoro che lo specifico audiotattile trae le
proprie determinazioni estetiche: lo swing, il sound, il groove,
il drive, ecc. ecc. Ora, tutte queste componenti sono assenti in
questi simulacri notazionali delle creazioni di Morton: non vi
sono incriptate. Ci resta quasi un referto autoptico della
germinale idea compositiva, più lontana dall’immaginato
referente sonoro di qualsiasi partitura della tradizione
eurocolta. Quest’ultima, infatti, presuppone tale distanza,
evitando accuratamente di basare i propri valori fondanti su
quelli coinvolti nella contestualità evenemenziale audiotattile.
Questo è un problema
per opere audiotattili tramandate unicamente in notazione, senza
un control object sonoro e non riconducibili a convenzioni
esecutive consolidate, in quanto la processualità dell’idea
fonica di un ostinato si perde, ad esempio, nella pedante
ripetizione scritturale degli stessi segni notali iterati per
tutto il pezzo (o in gran parte di esso). Cosa ne avrebbe fatto
Morton, del vamp di Ganjām dal punto di vista fonico/timbrico
inflessivo e dell’attitudine propulsiva/depulsiva microtemporale?
Non lo sapremo mai, ma è bene tenere a mente queste
problematiche nell’accostarci alla lettura di questi capolavori.
Tanto per far cenno ad una delle possibili implicazioni di
questo discorso – ma mi fermo qui –, è patente che il crisma
dell’autorialità mortoniana iuxta propria principia (intendendo,
di tipo audiotattile) sia presente in maniera molto relativa in
queste tracce notazionali, che dovrebbero essere trattare in
sede esecutiva con il più accurato e consapevole atteggiamento
performativo filologico (proprio nel periodo di gestazione di
questa rivista è stata pubblicata una prima incisione
discografica di Ganjām, da parte di Randy Sandke [«Outside In»,
Evening Star Records, 2005]).
Ma questo numero di «Ring Shout» non è incentrato solo
su Jelly Roll Morton. Francesco Chiari ci offre un esempio di
cultural study, applicato ad un grande standard del rock & roll,
Shake Rattle and Roll, mostrandone lo svilimento da parte delle
versioni dei musicisti bianchi. Anche se a qualcuno spiacerà la
persistenza del paradigma forse un po’ manicheo dello
sfruttamento esteticamente sconsiderato, da parte dei musicisti
bianchi (e dell’industria discografica), dell’autenticità
sorgiva degli apporti africano-americani, da parte mia, invece,
ho apprezzato lo sforzo dell’autore di trovare nuovi stimoli ed
idee in un modello interpretativo posto, oggi, molto in
discussione.
Infine, la bibliografia sull’improvvisazione musicale
che conclude la rivista è una parte – la più strettamente
musicologica – di quella inclusa nel mio recente volume I
processi improvvisativi nella musica. Un approccio globale,
Lucca, LIM, 2005. Mi sono determinato a pubblicarla a sé stante
consapevole dell’autonoma valenza di uno strumento bibliografico
che si pone, per quanto concerne la prospettiva propriamente
speculativa sul tema dell’improvvisazione nelle varie culture,
in un’ottica di esaustività, almeno stando allo stato delle
conoscenze.
Vincenzo Caporaletti